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| Giulio Ettore Erler |
"La vera terra dei barbari non è quella che non ha mai conosciuto l'arte, ma quella che, disseminata di capolavori, non sa né apprezzarli né conservarli" (Marcel Proust)
martedì 26 giugno 2018
I professori di disegno dell'Istituto Tecnico "J. Riccati"
lunedì 4 settembre 2017
OPERA LIRICA E CARTELLONISMO: ADOLF HOHENSTEIN E L'"IRIS" DI PIETRO MASCAGNI
La produzione di
quest'opera lirica nasce da una precisa volontà del vulcanico
editore milanese Giulio Ricordi, nell'intento di far giungere anche
in Italia la moda per l'esotismo orientale, già ampiamente percorso
da vari musicisti europei. L'operazione venne concepita, come si suol
dire, "alla grande", creando tutti i presupposti affinchè
il debutto venisse percepito come un grande e coinvolgente momento
culturale, carico di aspettative. Egli mise in moto, a tal fine,
tutta la sua "scuderia" grafica, a cominciare proprio dal
direttore artistico, Adolf Hohenstein, che fu anche importante
scenografo e costumista, e non soltanto per quest'opera di Mascagni.
Hohenstein ideò sia il manifesto per il debutto romano, ma anche,
assieme a Giovanni Mataloni, una serie di cartoline-ricordo che raffiguravano varie scene dell'opera; furono, inoltre, ideati e stampati calendarietti, locandine, chiudi lettera, copertine di spartiti musicali, tabelle in latta, il libretto-programma di sala e anche un libretto da vendere in edicola nei giorni precedenti il debutto. Si potrebbe ben affermare che per questa importante
occasione musicale, si sia applicato il concetto propriamente
liberty, dell' oevre
globale:
ogni elemento correlato all'evento venne scrupolosamente studiato e
proposto al pubblico – prassi questa già consolidata, ad esempio
con il sodalizio tra la divina Sarah Bernhardt e Alfons Mucha, che ad
iniziare dal 1894 era divenuto l'incontrastato ideatore di manifesti,
scenografie e costumi per ogni spettacolo della grande attrice.
Una perfetta
operazione di marketing ante-litteram, quella per il debutto di Iris,
che aveva lo scopo di garantire successo e positivi riscontri. L'anno
successivo Iris raggiunse il tempio della lirica: il Teatro La
Scala di Milano dove, sotto la direzione del maestro Arturo
Toscanini, Mascagni bissò il successo romano. In quell'occasione la
realizzazione del nuovo manifesto fu affidata a Leopoldo Metlicovitz,
che si assestò in una lunedì 21 agosto 2017
Fisso l’idea. Un messaggio pubblicitario che usa la psicologia come arma di persuasione.
lunedì 7 agosto 2017
Dudovich e la pubblicità che arriva d’estate
Una bella sorpresa attendeva i napoletani la sera del 15 giugno 1894.
La réclame, gli affissi e i cataloghi non erano più sufficienti per richiamare la clientela negli ampi spazi dei Magazzini Italiani dei fratelli Mele. Così Emmidio Mele, in collaborazione con l’amministrazione comunale, si inventò qualcosa di speciale per animare le calde serate estive partenopee: le “Feste estive”, una sorta di “notti bianche” ante litteram in cui si prevedeva, tra le altre cose, un’apertura straordinaria dei negozi oltre il consueto orario (Barbagallo 2015, p. 110).
Dal 15 giugno al 15 settembre, via Toledo – dove sorgevano i Magazzini Italiani Mele – e le vie limitrofe si animavano di gente che, tra uno struscio serale e l’altro, attirati dallo sfavillio delle luci, non mancavano di fare un giro anche all’interno del grande magazzino più di moda e popolare di Napoli. Un’illuminazione notturna che fu una novità assoluta non solo per Napoli ma probabilmente per l’Italia intera, proposta da chi, viaggiando molto per l’Europa sempre alla ricerca di novità da proporre nel proprio negozio, riusciva a far proprie le idee più all’avanguardia del marketing: Emiddio e Alfonso, per esempio, compresero prima degli altri patron di grandi magazzini che investire sull’affisso pubblicitario avrebbe portato un grande ritorno in termini di clientela e quindi di affari.
Durante la vita dei Magazzini Italiani - circa un quarantennio protrattosi dal 5 ottobre del 1889 al settembre 1932 -, la famiglia Mele produsse circa 180 tra manifesti e locandine (Picone Petrusa 1988, p. 74 n. 2), i quali non solo servirono a pubblicizzare i prodotti venduti negli ampi spazi commerciali ma, con il tempo, divennero anche una sorta di chiara testimonianza di come in pochi anni si modificò il gusto estetico degli italiani.
Un chiaro esempio del mutamento della moda in voga in Italia negli anni che precedettero la Grande Guerra, lo troviamo nel manifesto realizzato da Dudovich nel 1912. Si tratta di un affisso realizzato per piani sovrapposti, con un punto di “ripresa” che va dal basso verso l’alto.In primo piano si staglia una bella ragazza con cappello ad ampia tesa che nasconde uno sguardo accattivante, le mani giunte dietro la schiena che trattengono i guanti da sera e il lungo vestito, in tre colori con breve spacco laterale, che fa intravvedere, spudoratamente, i piedi calzati in appuntite scarpe nere con la fibbia e la gamba ben oltre la caviglia. Non occorre sottolineare che tale mise era composta da tutti articoli reperibili presso i magazzini Mele.
Ma
è l’abito, però, che
suscita maggiore attenzione:
con grande maestria Dudovich riuscì, con fitte linee verticali sulle
tona
lità del rosa e dell’azzurro quasi a creare un effetto
cangiante, a dare il senso della plissettatura, quella stessa
inventata da Mariano Fortuny nel 1907 per realizzare il suo più
famoso ed esclusivo modello
Delphos. Un abito, quello di
Fortuny, che scendeva morbido
sul corpo delle signore, adattandosi alle loro curve grazie
all’effetto “fisarmonica” della stoffa. Vero
è che il Delphos copriva ben oltre la caviglia, appoggiandosi come
una campanula al pavimento ma, volendo, grazie a una trovata dello
stilista che aveva apposto
delle cordicelle nascoste su maniche e corpo, si poteva adattare alle
esigenze del momento: in estate poteva essere un abito smanicato e
nelle mezze stagioni con maniche a tre quarti e la lunghezza del
corpo poteva variare a seconda se si preferiva portarlo come una
lunga tunica o rimborsato legando in vita una fusciacca. Non
c’è, però, dubbio che il modello realizzato per i magazzini Mele,
e ritratto da Dudovich, sia un parente alquanto stretto con il più
famoso Delphos.
E arriviamo infine al terzo piano, quello con il nome del brand definito dalle lampadine colorate, che illuminavano le notti delle Feste estive, parzialmente nascosto dai cappelli dei tre personaggi dando un effetto tridimensionale all’intera scena.
È interessante notare che in questo manifesto il nome Mele è seguito solo da “& C.” senza più riportare gli acronimi dei due fondatori dei Magazzini Italiani, Emeddio e Alfonso. Questo si spiega con la scelta dei due fratelli, forse stanchi di una vita fatta di viaggi e magari desiderosi di trascorre più tempo con le loro famiglie, di cedere l’attività al nipote Davide, cresciuto dai due fratelli come fosse un figlio loro tanto da pagargli tutte le spese per la sua formazione, finanche la frequentazione dell’università a Berlino.
Questi, subito dopo, con atto notarile rogato il primo maggio 1910 dal notaio Bordino di Milano, costituì la società in accomandita semplice “Mele e C.” gestita completamente da lui e da tale Pietro Picchetti (Barbagallo 2015, p. 90).
Quest’ultima informazione diventa quindi di notevole importanza per poter datare con maggior precisione alcuni affissi prodotti dalla famiglia Mele.
Silvia Rizzato
Bibliografia:
Barbagallo Francesco, Napoli, Belle Époque, Roma-Bari 2015
Picone Petrusa Mariantonietta, I manifesti Mele e la produzione cartellonistica napoletana fra Ottocento e Novecento, in I manifesti Mele. Immagini aristocratiche della “belle époque” per un pubblico di Grandi Magazzini, Milano 1988, pp. 31-81
martedì 1 agosto 2017
Franz Laskoff e i Magazzini Mele
| Franz Laskoff, 1902 |
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| Franz Laskoff, 1901 |
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| Beggerstaff, 1895 |
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| Beggerstaff, 1894 |
venerdì 7 luglio 2017
L’omaggio che probabilmente Mataloni volle fare ad Auer
Che Mataloni conoscesse le scoperte fatte dal barone Carl
Auer von Welsbach, è fuor di dubbio, visto che tra i manifesti realizzati
proprio dal maestro romano troviamo quello relativo al Brevetto Auer.
Ma la sua intuizione di creare un involucro incandescente
che moltiplicasse l’effetto della luce non tardò a dare i suoi frutti con il
brevetto che Auer presentò nel 1891: la reticella, o mantello che dir si voglia
- fatto in Torio e Cerio nella combinazione proporzionale di 99 a 1 – la quale produceva
una luce bianca assai soddisfacente. Inutile dire che questa invenzione ebbe
subito un enorme successo visto che le città per la prima volta poterono essere
illuminate quasi fosse ancora giorno.
Il primo, quello datato e firmato per esteso, presenta,
oltre al beccuccio con reticella incandescente, un fondo a piastrelle di
ceramica verde, mentre il secondo ha un fondo che assomiglia a una vetrata a
rulli (quelli che ancora si vedono in molte finestre di palazzi veneziani) ma
che in realtà potrebbe trattarsi di una combinazione di lenti circolari
colorate proprio con il neodimio.
Probabilmente non sapremo mai se Mataloni con questi due
cartelli abbia voluto rendere omaggio al grande scienziato viennese Carlo Auer
che rivoluzionò il modo di illuminare le città. Silvia e Roberta Rizzato
lunedì 10 aprile 2017
Racconto di Venezia. Quando le lapidi parlano. 5
Pietro Guoro, nipote da parte di
madre, volle onorare la memoria dello zio facendo costruire un monumento
sepolcrale da collocare in apposita cappella all’interno della chiesa dei
Carmini. 






