Dietro alle fortune dei palazzi, ci sono sempre dei grandi uomini.
E dietro le rovine degli stessi ci sono sempre degli uomini, che hanno però una diversa sensibilità e una diversa visione delle cose, una ristrettezza mentale e una scarsa conoscenza della storia.
Perchè si sa che senza ricerca e conoscenza, difficilmente si riesce a tutelare un bene e a valorizzarlo.
Questo è il caso di Palazzo Bressa a Treviso, uno dei più bei edifici che la città potesse vantare.
La storia di Palazzo Bressa iniza con Venceslao da Bettignoli, vero nome della famiglia Bressa giunta a Treviso nel 1326 proveniente dal territorio bresciano. Non avendo avuto figli, Venceslao nel 1493 decise di costruire un palazzo che potesse ricordare ai posteri il suo passaggio nel mondo dei vivi.
Così, come riportato in molti documenti trascritti da Gustavo Bampo nel suo "Spoglio notarile" - conservato presso la Biblioteca Civica di Treviso - Venceslao diede avvio al cantiere assumendo maestranze di primo livello provenienti anche dalla vicina Venezia.
Le cronache riportano che lo splendido palazzo, di cui vediamo un'immagine tratta dal manoscritto di Francesco Scipione Fapanni, sia stato progettato dal noto scultore e architetto veneziano Tullio Lombardo.
E a ben vedere questo prospetto, si può anche credere che il progettista del palazzo non potesse essere un semplice mastro muratore ma si doveva riferire a qualcuno che ne sapeva molto di proporzioni e distribuzione di elementi architettonici!
Come si può leggere negli atti notarili riportati dal Bampo, i lavori proseguirono per diversi anni in un alternarsi di maestranze che con abile manualità realizzarono tutte le opere da lapicida (tajapria), da muratore e da falegname (marangon).
Quando nel 1499 Venceslao Bettignoli stese il suo testamento, il palazzo non era ancora ultimato, e sarà suo nipote Giovanni Antonio a portare a compimento l'opera iniziata dallo zio.
E' superfluo sottolineare, visto il palazzo che i Bressa possedevano nell'odierna Piazza della Vittoria, che questa famiglia non solo era una delle più importanti di Treviso ma anche una delle più "vicine" alla Serenissima, tanto che nel 1574, proprio per soddisfare una richiesta proveniente direttamente dalla Repubblica Veneziana, i Bressa ospitarono nel loro palazzo di Treviso il Re di Francia Enrico III in visita nei territorio della Dominante.
Come spesso accade però, le ambizioni delle persone portano anche a compiere degli errori.
L'appartenenza alla nobiltà trevigiana doveva sembrare troppo restrittiva per persone che invece ambivano a ben altre posizioni così, nel 1652, decisero di comperarsi il titolo di Nobil Homeni, versando nelle casse della Serenissima ben 100.000 ducati (i famosi nobili fatti per soldo).
La scalata sociale nella nobiltà veneziana si completò con il trasferimento della famiglia Bressa nella città lagunare. Ricchi dei soldi accumulati a Treviso, poterono acquistare la bellissima Ca' d'Oro, abbandonando al suo destino il palazzo trevigiano.
Ma le glorie veneziane si esaurirono in pochissimo tempo. Già nel 1674, nemmeno 25 anni dopo il loro ingresso nella Nobiltà Veneziana, i Bressa videro l'intero patrimonio conservato nel palazzo di Treviso battuto all'asta per pagare i debiti fiscali che avevano accumulato e nel 1764, visti i debiti che gravavano sul palazzo voluto da Venceslao Bressa, i suoi discendenti furono costretti a rinunciare alla sua eredità per non finire ancor più sul lastrico.
Palazzo Bressa cadde così in uno stato di profondo abbandono, utile solo per dare un tetto alle truppe dei dominatori che passarono da Treviso e tra il 1824 e il 1826, divenuto cava di materiali, venne completamente demolito, nella più totale indifferenza dei trevigiani.
Lasciamo le ultime parole di questo breve scritto a Fapanni che, citando autorevoli cronachisti, così descrive la rovina di uno dei palazzi più sontuosi di Treviso:
"pp. 285-286
Palazzo Bressa.
(Da Burchelati, Commenti, p. 355)
Il palazzo Bressa fu demolito nell'anno 1822. L'ultimo proprietario fu il muratore Francesco Sartorelli, che donò l'area al Comune, per tenervi il mercato della legna. Sorgeva a mattina della soppressa chiesa del Gesù, ora Caserma. Il disegno di questo grandioso fabbricato, delineato prima della deplorata distruzione, esiste nelle stanze della Congregazione Municipale. Era dipinto a fresco in stile giorgionesco e Federici ricorda qualche reliquia (Memorie, II, 2)
Fu una vergogna pei Trevigiani lasciar cadere questo Palazzo, e quello dei Pola. Sarebbero stati opportuni per gli uffici municipali, museo, ecc."
... del Palazzo dei Pola, ve ne parleremo in un'altra puntata.
"La vera terra dei barbari non è quella che non ha mai conosciuto l'arte, ma quella che, disseminata di capolavori, non sa né apprezzarli né conservarli" (Marcel Proust)
venerdì 24 giugno 2016
venerdì 10 giugno 2016
Bailo racconta: il Palazzo Rinaldi
Quanti conoscono i manoscritti di
Francesco Scipione Fapanni, conservati presso la Biblioteca Civica
di Treviso, sanno che non si tratta di semplice cronaca di quanto era custodito
in case, palazzi e chiese della provincia trevigiana, ma per quanto riguarda la
città di Treviso i suoi scritti possono essere assimilati a una sorta di guida
turistica in cui non si viaggia solo nello spazio ma anche nel tempo.
E laddove Fapanni scrisse il titolo
nella pagina senza poi completarne la descrizione, ci pensò l'abate Bailo a
completare l'opera, anche se con la sua calligrafia insicura determinata da
un'età avanzata che a tratti rende difficile la lettura.
Una delle "pagine
bianche" completate dall'abate Bailo riguarda quegli edifici che si
affacciano su piazza Rinaldi.
Ecco cosa scrive l'erudito
trevigiano, fondatore del Museo Civico nonchè direttore della Biblioteca:
"Case Rinaldi e lozzetta della
Osteria della Colonna.
In nessun luogo il Fapanni fece
ricordo delle case Rinaldi. Eppure la Principale o Domenicale, con una bella facciata
lombarde
sca nella piazzetta e belle stanze tra le quali una con quadri di pittura tiepolesca di G.B. Canal rappresentante la caduta di Fetonte.
Il Ramo Rinaldi credo il principale
padrone della casa con pozzo aperto al pubblico, terminò col vecchio Tita
Rinaldi che conservò il patrimonio con (...) facendo di notte giorno e strane
(...) e pagando salate e più con un artificio per cui i figli restarono con poca
(..). La casa fu acquistata dal N.ob. G. B. Bianchini che la intestò alla
moglie.
L’altro Ramo Rinaldi ebbe il luogo
la fabbrica che forma angolo e si protende sul giardino con gli attigui molini.
Il fabbricato da lungo tempo pubblico ebbe forma architettonica del Ch.
Oliviero Rinaldi.
La loggetta di fronte è di forma
molto interessante benchè nessuno (...). Probabilmente il locale serviva per
stalla o deposito e la loggetta fu (...) di spettacoli ai quali molto bene si
facevano.
La piazza innanzi (piazzetta
Rinaldi) di caso facilmente si possono chiudere gli sbocchi. Ricordo infatti
che nel 1846 fu così chiusa per spettacoli di cavalli e acrobatismo d’una
grande compagnia. Il fabbricato della loggetta doveva essere isolato e così
pare che la loggetta corresse tutto intorno aperta; nel centro del fabbricato
vi è una grande colonna e così l’Osteria fu chiamata della Colonna e ne portava
l’insegna.
Quel fabbricato della loggetta non
sembra antichissimo; tuttavia pochi anni sono ho comperato dall’imprenditore Paparotto
una vera da pozzo in macigno con stemma a rilievo che sembra del sec. XIII,
proprietà d’essa osteria credo fosse dei Papparotto.
Nelle condizioni di censo di casa
Rinaldi non trovo mai ricordata questa fabbrica ma forse si poteva considerare
una appartenenza della casa maggiore o delle adiacenze; forse appartenente pure
ai Rinaldi l’altra grande casa che ha il portico che si apriva, ancora dei
Rinaldi ora credo sia del (..) Barbisan. Vi è sopra al pozzo (...) uno stemma
coperto di malta che deve essere bellissimo, se si scoprirà."venerdì 27 maggio 2016
Delle acque di Treviso
Scrive il Fapanni nel 1892 a proposito dei ponti
della città di Treviso:
“La città è posta in un terreno ricco di sorgenti
d’acque pure, e intersecata da vari fiumicelli. La maggiore e più rapida di
codeste acque è il fiume Sile, che bagna una piccola parte della città. Entra
dal lato occidentale presso la chiesa di S. Martino, e costeggiando la riviera
do S. Margherita e di S. Paolo, esce fuor della città al così detto Portello,
ora Porta Garibaldi. Gli altri fiumi sono il Cagnan o Botteniga, la Storga, ch’entrano di sotto
le mura di S. Tommaso e si dividono in varii rami che bagnano la città.
Laonde i ponti in città sono almeno diciotto, se
non erro. A questi si aggiungano i ponti delle tre porte Altinia, S. Tommaso e
Santi Quaranta. Un quarto ponte è quello costruito recentemente fuor delle mura
alla Barriera della Stazione delle Strade ferrate. Finalmente si è costruito un
quinto ponte ad uso della stessa Via ferrata verso Santo Ambrogio di Fiera.
Ecco i nomi dei ponti che posso qui ricordare,
disposti progressivamente secondo la loro importanza, che mi è sembrato di dar
loro. Se alcuno ne ho dimenticato, lo si aggiunga.
1.
Ponte a sette
archi sul Cagnan o Botteniga
2.
Ponte S.
Margherita sul Sile
3.
Si S. Martino
sul Sile
4.
Detto
dell’Impossibile, ora Dante, dove il Cagnan si unisce al Sile
5.
Di Sant’Agata
6.
Di S.
Leonardo. Rinnovato nel 1855
7.
Di S.
Francesco ai molini
8.
S. Parisio,
Rinnovato 18..
9.
Di S. Ciliano
o S. Maria Nova
10.
Sulla Roggia
ai Filippini
11.
Alle
Cappuccine, dell’Oliva
12.
Presso Santi
Quaranta
13.
Dei Mussolini
14.
Degli Avogari
15.
Alla piazza
dei Noli
16.
Presso le
prigioni demolite di S. Vito
17.
Ponteselli,
ai molini di S. Leonardo
18.
Nell’orto di
S. Teonisto, ponte ad acquedotto?
19.
Ponte fuor di
Porta Altinia
20.
Ponte fuor di
Porta S. Tommaso. Rinnovato 18..
21.
Ponte fuor di
Porta SS. Quaranta
22.
Ponte fuori
della Barriera dinanzi la
Stazione della Strada ferrata, moderno.”
Fapanni conta ben 22 ponti, alcuni ancor oggi ben
presenti in città ma altri, oltre aver cambiato il nome, si sono perse anche tracce.
Treviso si sa, è una città strana dove i corsi
d’acqua ora ci sono e un attimo dopo scompaiono sotto le case, come in un gioco
di illusione.
Cinque
cono i principali corsi d’acqua che
l’attraversano da nord a sud. Artefice di tanta ricchezza è il fiume Botteniga
che, entrando in città al ponte de Pria o de Piera, oltre a
dividere il suo alveo in tre rami, cambia nome divenendo Roggia, Cagnan di
Mezzo e Cagnan Grande. A sua volta la
Roggia all’incrocio con il ponte dell’Oliva, nei pressi ove
un tempo aveva sede il convento delle Cappuccine, cambia nuovamente nome in
Siletto.
A tale patrimonio d’acque per
molti secoli corrispose un’abbondanza di attività produttive, le quali
sfruttando il moto rotatorio delle ruote dei molini che giravano lungo i canali
che si dipanavano in città, ottenevano l’energia necessaria soprattutto per
macinare grano, ma anche per lavorare le pelli, ove il toponimo scorzeria
ancora persistente nei pressi del ponte Onigo, che ricorda appunto la presenza
di concerie in quel luogo, per far funzionare i filatoi di seta, come quello
posto sulla Roggia nei pressi del convento delle Cappuccine, o per pilare il
riso, produrre carta o per follare la lana.
Una moltitudine di segni: fori
utilizzati per l’innesto dei fusi che sostenevano la ruota, ora tracce prodotte
dallo sfregamento di quest’ultime sui muri, fino alla conservazione di alcune
ruote in corrispondenza dei maggiori complessi molitori. Tutto ciò che ancora
oggi è visibile lungo i corsi dei canali a testimonianza di un fermento
produttivo che si è mantenuto pressoché inalterato per molti secoli.
La maggior concentrazione di
mulini si trovava lungo il Cagnan Grande, e non a caso è proprio lungo questo
corso d’acqua che è ancora possibile vedere alcune ruote appartenenti a tre dei
maggiori complessi molitori presenti in città. A ponte San Francesco, in un
misto di magia e suggestione, girano ancora due ruote del mulino già
appartenuto ai nobili veneziani Tron e poi ai conti Rinaldi, dove avveniva la
pilatura del riso. Seguendo poi la corrente del Cagnan Grande, nei pressi dell’odierno
ponte della Campana, si incontra la ruota in ferro del mulino appartenuto al
monastero di San Parisio.
Del terzo nucleo oggi non
rimane altro che una ruota, posta oltre la passerella della Pescheria, e alcune
tracce sul muro di una casa nella calle denominata Ponticelli, che immette
nella piazzetta di Ca’ Spineda. Nel 1666 gli edifici da molino ai
ponticelli erano tre: uno a tre ruote di proprietà dei nobili Ravagnin, un
altro a due ruote delle Madri di San Marco di Burano e l’ultimo a quattro ruote,
e tutti macinavano grano. Nel 1685, però, troviamo che Gio. Batta Bertelli,
conduttore di parte di uno dei tre mulini, presentò una supplica agli organi
preposti della Repubblica veneziana affinché gli venisse concesso di usare la
ruota del suo mulino sia per macinare grano che come pesta tabacco. Ulteriori
notizie su questo nucleo molitorio è possibile trarle dai documenti dal fondo
dei Provveditori sopra i Beni Inculti conservati presso l’Archivio di Stato di
Venezia (b. 723 – 29 maggio 1795), in cui si dice che Fiorin Rossi, canonico
della cattedrale di Treviso, era proprietario di un mulino a due ruote “con
casa e caniva di muro coperta a coppi sopra l’acqua della Bottiniga nella
parrocchia di San Lunardo”, dato in affitto a Nicoletto Gusin. Fiorin Rossi
inoltre notifica al Podestà di Treviso, Iseppo Diedo, che “quando lavora con
una ruota, non può lavorare l’altra”, ma che con entrambe macina grano.
L’intero complesso ai
Ponticelli venne successivamente venduto ai Dalla Rovere che, come si rileva dai
disegni della Commissione d’ornato conservati presso l’archivio di Stato di
Treviso (B. 18 n. 4589), nel 1863 risulta ricostruito e adibito a “opificio ad
uso Cartiera”.
Bibliografia:
M. Pitteri, I mulini del
Sile. Quinto, Santa Cristina al Tiveron e altri centri molitori attraverso la
storia di un fiume, Quinto di Treviso 1988;
C. Pavan, Alla scoperta del
fiume. Immagini, storia, itinerari, Treviso 1989
R. Vergani, Gli opifici
sull’acqua: i mulini, in La
Civiltà delle acque, Cinisello Balsamo (MI) 1993, pp. 53-72
D. Gasparini, M. Merello, M.
Potocnik, Ruote e canali nel trevigiano dal medioevo all’età moderna, in
Euromills. The Exhibition,Roma 2002, pp. 26-32
giovedì 19 maggio 2016
Asolo, città dai mille orizzonti. Una vista dall'alto
Asolo divenne una città murata unendo con una cerchia di mura i due castelli: la rocca che si trova sul cocuzzolo della collina e il castello pretorio, divenuto successivamente famoso per essere stato la residenza di Caterina Cornaro, regina di Cipro (1454-1510).
Asolo fu un fiorente municipio romano ma a seguito delle invasioni barbariche venne distrutta. Ma come molte altre località trevigiane che condivisero con Asolo il medesimo destino, riuscì a risorgere tanto da divenire sede vescovile, gloria e onore che durò fino al 969 quando Ottone I decretò che la cittadina collinare passasse sotto la giurisdizione ecclesiastica e civile di Treviso.
Asolo venne contesa da più casate fino al 1337, quando preferì scegliere spontaneamente la protezione veneziana. Questa però fu una breve tregua perchè già dieci anni dopo fu il patriarca di Aquileia ad insidiarla e nel 1373 passò sotto il controllo dei Da Carrara. Questi ultimi lasciarono un segno positivo ad Asolo visto che provvidero a fortificarla e ad abbellirla.
Il passaggio definitivo sotto il controllo della Repubblica veneziana avvenne nel 1393 e durò fino alla caduta della Serenissima.

La rocca di Asolo rappresenta il punto più alto del sistema fortificatorio. Essa ha una forma poligonale irregolare, costituita da nove lati di varia dimensione con spessore che alla base è di circa 3,5 metri.All'interno sono ancora visibili resti di un'antica torre, della cisterna, di un mosaico e del sistema di camminamento.


L'impianto urbanistico di Asolo è sostanzialmente medievale.
Dalla rocca si individuano i principali capisaldi della cittadina: il castello pretorio, la chiesa prepositurale, l'ex convento dei frati minori francescani di San Gottardo o di Sant'Angelo, porta Santa Caterina ecc.
Nel 1489 il castello pretorio, l'antico castrum, divenne dimora della regina di Cipro, Caterina Cornaro, la quale fece costruire un'ala tutta nuova per migliorare la sua residenza. Il castello aveva già subito nei secoli delle trasformazioni, vuoi per adattarlo a nuove esigenze abitative o vuoi per ripararlo dai danni della furia distruttiva degli uomini.
Dall'alto della rocca si riesce anche a individuare la piazza, uno dei pochi "spazi vuoti" del tessuto urbano, con la sua caratteristica fontana a più ugelli simile a quelle che si possono incontrare nei centri montani.
mercoledì 13 aprile 2016
Di una casa di Treviso: Via Calmaggiore n. 27-29
Molte case trevigiane
mantengono ancora inalterato il loro assetto architettonico e in molti casi
anche la decorazione parietale.
Percorrendo le strade cittadine si possono infatti incontrare varie
tipologie di case, alcune con caratteri gotici, altre con caratteri
rinascimentali e altre ancora di aspetto ottocentesco. Tutte comunque
raccontano delle storie, di persone che le hanno abitate, vissute e
trasformate. Una città medievale che, cambiati i gusti, nel corso dell’Ottocento
ha visto rettificare molti dei suoi prospetti.
Questa però è la storia di una casa che ha mantenuto inalterato il suo
fascino e le sue forme.
Nel 1935 Luigi Coletti, parlando delle
case trevigiane disse: “nessuna forse ha l’importanza architettonica del grande
palazzo, ma hanno tutte un notevole interesse, sia considerate singolarmente,
sia nel loro complesso, per il carattere che conferiscono alla città, e per la
continuità di alcuni elementi struttivi e decorativi, che permangono durante
secoli, pure attraverso l’adattamento a stili vari”.
Anche le unità edilizie, n. 27-29 di via Calmaggiore a Treviso,
appartengono a questa tipologia di case. Esse infatti propongono uno schema
costruttivo a schiera, sfruttando l’affaccio commerciale sull’unico fronte
stradale e sviluppando la pianta in modo monodirezionale adattandosi al lotto
gotico.
Dall’analisi dei prospetti delle due unità edilizie, si può ipotizzare
che l’unità 29 sia stata costruita in un periodo di poco antecedente a quella
27. Infatti, essa presenta degli elementi costruttivi, come l’ampio arco a
tutto sesto a doppia altezza sopra il quale si aprono tre fornici con assetto
assiale sul fronte principale con poggiolo centrale e finestre laterali ad esso
molto ravvicinate, che fanno ritenere sia stata costruita nella prima metà del
XV secolo. L’unità adiacente invece, il cui affaccio è partito da due archi a
tutto sesto e, nell’ordine superiore da tre aperture ravvicinate, presenta
nella parte alta della facciata un tondo in pietra raffigurante lo stemma
bernardiniano che collocherebbe la costruzione dell’edificio a non prima
dell’ultimo quarto del XV secolo. Il ricco apparato decorativo, presente
soprattutto nell’unità edilizia 27, confermerebbe inoltre questo tipo di
datazione.
Se l’unità 29, la più antica delle due, presenta nel sottoportico solo
una Madonna con Bambino tra i Santi Sebastiano e Giovanni Battista della
metà del XV secolo, l’unità 27 invece propone una maggiore varietà di
decorazioni su più parti della superficie muraria. Secondo la Spiazzi, tutti sarebbero
da ritenersi della seconda metà del XV secolo, ma la presenza
dello stemma bernardiniano, proposto anche in una versione ad affresco,
porterebbe a spostare leggermente più avanti l’intera decorazione, costituita
da motivi a cassettoni con fiori, a vegetali con sirene e una Madonna con
Bambino tra San Girolamo e Sant’Antonio.
Dal punto di vista storico documentario, poco si sa dei due edifici.
Al momento della loro costruzione, sicuramente il tessuto urbano in cui si sono
inseriti era già consolidato. Nelle immediate vicinanze infatti erano collocati
due importanti fabbricati: alle loro spalle si trovava la casa torre degli
Oliva del XIII secolo, già destinata a stazione di posta dalla Repubblica
Veneziana, dalla quale poi prese il nome l’intera contrada, e di fronte la
torre Rossignona o del cambio che nel XIV secolo venne data in uso a banchieri
fiorentini . Oltre a questi importanti capisaldi,
nelle immediate vicinanze delle unità in oggetto dovevano esistere degli
edifici adibiti a casa bottega fin dal periodo medievale visto che il
Calmaggiore, antico decumano massimo di epoca romana, era uno dei principali
assi viari della città.
Il primo dato certo lo troviamo nel 1678, quando l’unità 27 era
abitata da Paulo Pualeri Capelar che pagava 1200 ducati di livello
annuo, mentre l’unità 29, di più modeste condizioni, era abitata da Tomaso
Meneghini Callegari e pagava 600 ducati di livello.
In un successivo censimento delle botteghe e degli edifici presenti in
città nel 1710, data del rilevamento, si legge invece che, per l’unità 29, Tizzian
Cavalli ha casa e bottega ad uso di Callegher,[confina] da una la corte
dall’altra li nob. Antonio Fratelli Pola e dall’altra strada pubblica. Ad
affitto a Iseppo Chialdira Calleghir, mentre per l’unità 27, D. Giacomo
Voladin ha casa con bottega ad uso di Cappelir con altra bottighetta annessa ad
uso di Marzer con l’insegna di Sant’Osvaldo conf. da una la corte, dall’altra
il Tizian Cavalli, davanti strada pubblica. Tenuta per suo uso e la bottighetta
affitata a D. Zuane Brissan.
Ulteriori notizie le possiamo dedurre dai registi
redatti tra il 1811, anno in cui venne steso il sommarione del catasto
napoleonico, e 1819, anno di ultimazione del Registro Tassa Arti e Mestieri. Come
è possibile vedere anche negli allegati, l’unità 27, corrispondente al numero
di mappa 1492 ,era di proprietà di Gaetano Foscarini che ne occupava anche
l’abitazione, mentre la bottega, adibita ad uso modista e chincaglierie, era
data in affitto a Gruet Giuseppe. L’unità 29 invece, corrispondente al numero
di mappa 1493, era di proprietà di Loredan Antonio fu Domenico e data in
affitto a Bussoli Giulio Antonio che, nello spazio adibito a bottega, aveva
aperto una caffetteria con biliardo.
Da quest’ultima indicazione è stato possibile
identificare in questa porzione di casa, l’antico caffè della Provvidenza, per
molti anni gestito da Pietro Fabris. Nel
periodo in cui però venne pubblicato il libro “Curiosità storiche trevigiane”
il caffè Fabbris era chiuso già da molti anni e trasformato prima birreria e
successivamente parte a rivendita di liquori e parte in merceria.
giovedì 24 marzo 2016
Stratigrafia della costruzione. Quando le pietre parlano
Passeggiando per Valvasone
La visita al piccolo borgo di Valvasone in Friuli,
è stata fonte di ispirazione per fare alcune considerazioni circa le tracce lasciate
sugli edifici dalle modifiche che si sono susseguite nel tempo.
A volte si tratta di segni quasi impercettibili,
piccole giunture di muratura o riprese di intonachi, ma in diversi casi è
invece possibile riconoscere interventi di trasformazione, che non hanno
interessato solo le facciate ma hanno profondamente modificato anche l’assetto
degli edifici.
Vi proponiamo alcune immagini.
Questa è la facciata laterale del castello di Valvasone. Si notano tessiture
muraria e tipologia di aperture diverse. E anche il colore della muratura
cambia: osservando l’area affianco al pluviale si nota la mancanza di
ammorsamento della muratura tra la parte con la bifora trilobata e l’avancorpo
con terrazzino e apertura ad arco a tutto sesto. Quest’ultima è un’evidente
aggiunta posteriore.
Qui sotto vediamo la facciata principale del castello, dove sulla
destra si vede anche un pezzo del muro in acciottolato che porta all’ingresso
del maniero. Si possono notare la varietà di aperture. Sulla sinistra fornici
disposti in modo regolare su tre file sovrapposte con incorniciatura in pietra
modanata e trabeazione leggermente aggettante, tutte chiuse da balconi: è
evidente come tali finestre furono aperte o modificate in periodo più tardo
rispetto alle altre presenti sulla facciata.
Sulla destra le aperture sono disposte in modo
disordinato e con forme che variano ad ogni piano: a piano terra una singola
finestra con cornice a imitazione di quelle di sinistra; al piano superiore due
finestre rustiche protette da un'unica lunga cornice aggettante che un tempo
costituiva il piano d’imposta delle colonne di una loggia; il terzo ordine di
finestre è invece costituito da due piccole aperture quadrate, aperte dopo che
la loggia ad archi a tutto sesto venne tamponata. L’ultimo piano infine è
illuminato da altre due finestre di forma quadrata poste quasi nella linea di
sottogronda della facciata.
Ora proviamo a immaginare come doveva essere
questo prospetto. Probabilmente le finestre avevano dimensioni simili a quelle
del secondo ordine poste sulla destra, oppure anche minori; val la pena sottolineare che, come riportano
alcuni dati notarili dell’inizio del XVI secolo, la presenza di vetri a
chiusura delle finestre fossero una presenza inusuale e che il riparo dalle
intemperie era assicurato dalle “impannate”.
Ma torniamo alla nostra facciata. L’elemento che
modificava radicalmente, rispetto ad oggi, la percezione dell’insieme era la loggia del terzo piano: quattro arcate
aperte sulla piazza da dove i castellani potevano affacciarsi. Una loggia che
dava profondità al prospetto e che lasciava solo intuire cosa si aprisse oltre,
quasi sicuramente un salone.
Ci spostiamo in zona Duomo, ad osservare la facciata di un’altra
casa. A prima vista potrebbe sembrare una casa anonima, come tante presenti
nelle nostre città. Sicuramente questo edificio subì delle modifiche nel corso
dell’Ottocento che causò un riassetto sia della struttura che del prospetto. Un
dettaglio attira ancora l’attenzione del visitatore: accanto a una finestra
rettangolare con cornice in pietra e piattabanda in mattoni, è affiancato il
profilo di un’antica apertura ad arco lobato inflesso, decorata con una finta
incorniciatura profilata in rosso che prosegue fin sulla fascia marcapiano, a
nastro interrotto, con un semplice
pilastrino a capitello dentellato. Da notare la fascia decorativa laterale, di
gusto ancora medievale con motivi a tralci vegetali entro listelli rossi.
La provvida caduta dell’intonaco della facciata ci
ha permesso di svelare l’antico una piccola porzione dell’antica facciata.
E qui invece abbiamo un piccolo capolavoro di stratigrafia: volendo
ci si potrebbe passare un’intera giornata a identificare tutte le tamponature e
le nuove aperture!
Interessante notare la varietà di materiali usati:
dalle pietre ai ciottoli finanche i mattoni. Ricordiamo che Valvasone si trova
vicinissimo al fiume Tagliamento dove l’approvvigionamento di ciottoli e pietre
era assicurato. Il mattone invece è materiale meno consueto, vista la
lontananza di cave d’argilla dove trarre la materia prima per formare i
mattoni.
In questa parete si può trovare di tutto:
dall’edificio costruito in appoggio, vedi la linea affianco al terrazzino, a
una finestra ad arco inflesso tamponata, una finestra rettangolare con
piattabanda e contorni in mattoni, un accesso ad arco ribassato tamponato e un
altro ingresso ricavato nella muratura in pietra. Insomma, un vero manuale di
trasformazioni che potrebbe diventare anche un gioco nel ritrovare l’intruso o
per ricostruire il prospetto originale (sempre che antiche aperture non siano
andate distrutte nel costruire finestre di dimensioni maggiori).
Di Valvasone avremo potuto raccontarvi la sua
storia, con date ed eventi. Invece abbiamo preferito darvi nuovi spunti di
osservazione e perché no, anche di gioco, perché tutti i luoghi con una storia
portano i segni dei cambiamenti, degli adeguamenti ai nuovi tempi.
Per avere maggiori informazioni storiche, vi
invitiamo a visitare il sito: http://borgoanticodivalvasone.it/
sabato 19 marzo 2016
"Aldo Manuzio il rinascimento di Venezia". Alcuni appunti di una inaugurazione
Ieri inaugurazione della mostra "Aldo Manuzio il rinascimento di Venezia". Solitamente non frequento le inaugurazioni: troppa gente, possibilità ridotta di vedere le opere, ecc. Ma Manuzio alle Gallerie dell'Accademia e, confesso, anche il dipinto meraviglioso scelto come manifesto della mostra, il "Ritratto di donna in veste di Flora" di Bartolomeo veneto, hanno indotto a fare uno strappo alla regola. Una mostra che in parte però ha deluso: opere interessanti in esposizione, alcune strepitose quali il "Ritratto di Luca Pacioli e di Guidobaldo da Montefeltro" attribuito a Jacometto Veneziano (Museo di Capodimonte) altre che non aggiungono nulla al fillo narravito - quali i quattro ritratti finali. Le edizioni aldine, molte miniate, sono naturalmente materiali di altissima qualità. Ma... mi è risultata una mostra troppo all'insegna della mera giustapposizione di opere, con un percorso espositivo criptico, estetizzante, avulso da un filo storico più comprensibile al pubblico; aggiungerei che si è voluto esporre troppo, a tutti i costi. Irritanti i pannelli esplicativi: veder scritto che il delfino, il marchio studiato e scelto da Manuzio per le sue edizioni, è un "brand" ha fatto venire mezza orticaria, che Venezia fosse la Silicon Valley del Quattrocento è parso insulso e superfluo, come se il pubblico avesse necessità di confronti di questa levatura per immergersi nel contesto storico proposto. Il catalogo promette meglio, a fronte della presenza di numerosi e autorevoli saggi.
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