venerdì 24 giugno 2016

Fortuna e rovina di Palazzo Bressa a Treviso

Dietro alle fortune dei palazzi, ci sono sempre dei grandi uomini.
E dietro le rovine degli stessi ci sono sempre degli uomini, che hanno però una diversa sensibilità e una diversa visione delle cose, una ristrettezza mentale e una scarsa conoscenza della storia.
Perchè si sa che senza ricerca e conoscenza, difficilmente si riesce a tutelare un bene e a valorizzarlo.
Questo è il caso di Palazzo Bressa a Treviso, uno dei più bei edifici che la città potesse vantare.
La storia di Palazzo Bressa iniza con Venceslao da Bettignoli, vero nome della famiglia Bressa giunta a Treviso nel 1326 proveniente dal territorio bresciano. Non avendo avuto figli, Venceslao nel 1493 decise di costruire un palazzo che potesse ricordare ai posteri il suo passaggio nel mondo dei vivi.
Così, come riportato in molti documenti trascritti da Gustavo Bampo nel suo "Spoglio notarile" - conservato presso la Biblioteca Civica di Treviso - Venceslao diede avvio al cantiere assumendo maestranze di primo livello provenienti anche dalla vicina Venezia.
Le cronache riportano che lo splendido palazzo, di cui vediamo un'immagine tratta dal manoscritto di Francesco Scipione Fapanni, sia stato progettato dal noto scultore e architetto veneziano Tullio Lombardo.
E a ben vedere questo prospetto, si può anche credere che il progettista del palazzo non potesse essere un semplice mastro muratore ma si doveva riferire a qualcuno che ne sapeva molto di proporzioni e distribuzione di elementi architettonici!
Come si può leggere negli atti notarili riportati dal Bampo, i lavori proseguirono per diversi anni in un alternarsi di maestranze che con abile manualità realizzarono tutte le opere da lapicida (tajapria), da muratore e da falegname (marangon).
Quando nel 1499 Venceslao Bettignoli stese il suo testamento, il palazzo non era ancora ultimato, e sarà suo nipote Giovanni Antonio a portare a compimento l'opera iniziata dallo zio.
E' superfluo sottolineare, visto il palazzo che i Bressa possedevano nell'odierna Piazza della Vittoria, che questa famiglia non solo era una delle più importanti di Treviso ma anche una delle più "vicine" alla Serenissima, tanto che nel 1574, proprio per soddisfare una richiesta proveniente direttamente dalla Repubblica Veneziana, i Bressa ospitarono nel loro palazzo di Treviso il Re di Francia Enrico III in visita nei territorio della Dominante.
Come spesso accade però, le ambizioni delle persone portano anche a compiere degli errori.
L'appartenenza alla nobiltà trevigiana doveva sembrare troppo restrittiva per persone che invece ambivano a ben altre posizioni così, nel 1652, decisero di comperarsi il titolo di Nobil Homeni, versando nelle casse della Serenissima ben 100.000 ducati (i famosi nobili fatti per soldo).
La scalata sociale nella nobiltà veneziana si completò con il trasferimento della famiglia Bressa nella città lagunare. Ricchi dei soldi accumulati a Treviso, poterono acquistare la bellissima Ca' d'Oro, abbandonando al suo destino il palazzo trevigiano.
Ma le glorie veneziane si esaurirono in pochissimo tempo. Già nel 1674, nemmeno 25 anni dopo il loro ingresso nella Nobiltà Veneziana, i Bressa videro l'intero patrimonio conservato nel palazzo di Treviso battuto all'asta per pagare i debiti fiscali che avevano accumulato e nel 1764, visti i debiti che gravavano sul palazzo voluto da Venceslao Bressa, i suoi discendenti furono costretti a rinunciare alla sua eredità per non finire ancor più sul lastrico.
Palazzo Bressa cadde così in uno stato di profondo abbandono, utile solo per dare un tetto alle truppe dei dominatori che passarono da Treviso e tra il 1824 e il 1826, divenuto cava di materiali, venne completamente demolito, nella più totale indifferenza dei trevigiani.
Lasciamo le ultime parole di questo breve scritto a Fapanni che, citando autorevoli cronachisti, così descrive la rovina di uno dei palazzi più sontuosi di Treviso:
"pp. 285-286
 Palazzo Bressa.
(Da Burchelati, Commenti, p. 355)
Il palazzo Bressa fu demolito nell'anno 1822. L'ultimo proprietario fu il muratore Francesco Sartorelli, che donò l'area al Comune, per tenervi il mercato della legna. Sorgeva a mattina della soppressa chiesa del Gesù, ora Caserma. Il disegno di questo grandioso fabbricato, delineato prima della deplorata distruzione, esiste nelle stanze della Congregazione Municipale. Era dipinto a fresco in stile giorgionesco e Federici ricorda qualche reliquia (Memorie, II, 2)
Fu una vergogna pei Trevigiani lasciar cadere questo Palazzo, e quello dei Pola. Sarebbero stati opportuni per gli uffici municipali, museo, ecc."
... del Palazzo dei Pola, ve ne parleremo in un'altra puntata.

venerdì 10 giugno 2016

Bailo racconta: il Palazzo Rinaldi

Quanti conoscono i manoscritti di Francesco Scipione Fapanni, conservati presso la Biblioteca Civica di Treviso, sanno che non si tratta di semplice cronaca di quanto era custodito in case, palazzi e chiese della provincia trevigiana, ma per quanto riguarda la città di Treviso i suoi scritti possono essere assimilati a una sorta di guida turistica in cui non si viaggia solo nello spazio ma anche nel tempo.
E laddove Fapanni scrisse il titolo nella pagina senza poi completarne la descrizione, ci pensò l'abate Bailo a completare l'opera, anche se con la sua calligrafia insicura determinata da un'età avanzata che a tratti rende difficile la lettura.
Una delle "pagine bianche" completate dall'abate Bailo riguarda quegli edifici che si affacciano su piazza Rinaldi.
Ecco cosa scrive l'erudito trevigiano, fondatore del Museo Civico nonchè direttore della Biblioteca:
"Case Rinaldi e lozzetta della Osteria della Colonna.
In nessun luogo il Fapanni fece ricordo delle case Rinaldi. Eppure la Principale o Domenicale, con una bella facciata lombarde

sca nella piazzetta e belle stanze tra le quali una con quadri di pittura tiepolesca di G.B. Canal rappresentante la caduta di Fetonte.
Il Ramo Rinaldi credo il principale padrone della casa con pozzo aperto al pubblico, terminò col vecchio Tita Rinaldi che conservò il patrimonio con (...) facendo di notte giorno e strane (...) e pagando salate e più con un artificio per cui i figli restarono con poca (..). La casa fu acquistata dal N.ob. G. B. Bianchini che la intestò alla moglie.
L’altro Ramo Rinaldi ebbe il luogo la fabbrica che forma angolo e si protende sul giardino con gli attigui molini. Il fabbricato da lungo tempo pubblico ebbe forma architettonica del Ch. Oliviero Rinaldi.
La loggetta di fronte è di forma molto interessante benchè nessuno (...). Probabilmente il locale serviva per stalla o deposito e la loggetta fu (...) di spettacoli ai quali molto bene si facevano.
La piazza innanzi (piazzetta Rinaldi) di caso facilmente si possono chiudere gli sbocchi. Ricordo infatti che nel 1846 fu così chiusa per spettacoli di cavalli e acrobatismo d’una grande compagnia. Il fabbricato della loggetta doveva essere isolato e così pare che la loggetta corresse tutto intorno aperta; nel centro del fabbricato vi è una grande colonna e così l’Osteria fu chiamata della Colonna e ne portava l’insegna.
Quel fabbricato della loggetta non sembra antichissimo; tuttavia pochi anni sono ho comperato dall’imprenditore Paparotto una vera da pozzo in macigno con stemma a rilievo che sembra del sec. XIII, proprietà d’essa osteria credo fosse dei Papparotto.
Nelle condizioni di censo di casa Rinaldi non trovo mai ricordata questa fabbrica ma forse si poteva considerare una appartenenza della casa maggiore o delle adiacenze; forse appartenente pure ai Rinaldi l’altra grande casa che ha il portico che si apriva, ancora dei Rinaldi ora credo sia del (..) Barbisan. Vi è sopra al pozzo (...) uno stemma coperto di malta che deve essere bellissimo, se si scoprirà."

venerdì 27 maggio 2016

Delle acque di Treviso



Scrive il Fapanni nel 1892 a proposito dei ponti della città di Treviso:
“La città è posta in un terreno ricco di sorgenti d’acque pure, e intersecata da vari fiumicelli. La maggiore e più rapida di codeste acque è il fiume Sile, che bagna una piccola parte della città. Entra dal lato occidentale presso la chiesa di S. Martino, e costeggiando la riviera do S. Margherita e di S. Paolo, esce fuor della città al così detto Portello, ora Porta Garibaldi. Gli altri fiumi sono il Cagnan o Botteniga, la Storga, ch’entrano di sotto le mura di S. Tommaso e si dividono in varii rami che bagnano la città.
Laonde i ponti in città sono almeno diciotto, se non erro. A questi si aggiungano i ponti delle tre porte Altinia, S. Tommaso e Santi Quaranta. Un quarto ponte è quello costruito recentemente fuor delle mura alla Barriera della Stazione delle Strade ferrate. Finalmente si è costruito un quinto ponte ad uso della stessa Via ferrata verso Santo Ambrogio di Fiera.
Ecco i nomi dei ponti che posso qui ricordare, disposti progressivamente secondo la loro importanza, che mi è sembrato di dar loro. Se alcuno ne ho dimenticato, lo si aggiunga.
1.             Ponte a sette archi sul Cagnan o Botteniga
2.             Ponte S. Margherita sul Sile
3.             Si S. Martino sul Sile
4.             Detto dell’Impossibile, ora Dante, dove il Cagnan si unisce al Sile
5.             Di Sant’Agata
6.             Di S. Leonardo. Rinnovato nel 1855
7.             Di S. Francesco ai molini
8.             S. Parisio, Rinnovato 18..
9.             Di S. Ciliano o S. Maria Nova
10.         Sulla Roggia ai Filippini
11.         Alle Cappuccine, dell’Oliva
12.         Presso Santi Quaranta
13.         Dei Mussolini
14.         Degli Avogari
15.         Alla piazza dei Noli
16.         Presso le prigioni demolite di S. Vito
17.         Ponteselli, ai molini di S. Leonardo
18.         Nell’orto di S. Teonisto, ponte ad acquedotto?
19.         Ponte fuor di Porta Altinia
20.         Ponte fuor di Porta S. Tommaso. Rinnovato 18..
21.         Ponte fuor di Porta SS. Quaranta
22.         Ponte fuori della Barriera dinanzi la Stazione della Strada ferrata, moderno.”

Fapanni conta ben 22 ponti, alcuni ancor oggi ben presenti in città ma altri, oltre aver cambiato il nome, si sono perse anche tracce.
Treviso si sa, è una città strana dove i corsi d’acqua ora ci sono e un attimo dopo scompaiono sotto le case, come in un gioco di illusione.
Cinque cono i principali corsi d’acqua che l’attraversano da nord a sud. Artefice di tanta ricchezza è il fiume Botteniga che, entrando in città al ponte de Pria o de Piera, oltre a dividere il suo alveo in tre rami, cambia nome divenendo Roggia, Cagnan di Mezzo e Cagnan Grande. A sua volta la Roggia all’incrocio con il ponte dell’Oliva, nei pressi ove un tempo aveva sede il convento delle Cappuccine, cambia nuovamente nome in Siletto.
A tale patrimonio d’acque per molti secoli corrispose un’abbondanza di attività produttive, le quali sfruttando il moto rotatorio delle ruote dei molini che giravano lungo i canali che si dipanavano in città, ottenevano l’energia necessaria soprattutto per macinare grano, ma anche per lavorare le pelli, ove il toponimo scorzeria ancora persistente nei pressi del ponte Onigo, che ricorda appunto la presenza di concerie in quel luogo, per far funzionare i filatoi di seta, come quello posto sulla Roggia nei pressi del convento delle Cappuccine, o per pilare il riso, produrre carta o per follare la lana.
Una moltitudine di segni: fori utilizzati per l’innesto dei fusi che sostenevano la ruota, ora tracce prodotte dallo sfregamento di quest’ultime sui muri, fino alla conservazione di alcune ruote in corrispondenza dei maggiori complessi molitori. Tutto ciò che ancora oggi è visibile lungo i corsi dei canali a testimonianza di un fermento produttivo che si è mantenuto pressoché inalterato per molti secoli.
La maggior concentrazione di mulini si trovava lungo il Cagnan Grande, e non a caso è proprio lungo questo corso d’acqua che è ancora possibile vedere alcune ruote appartenenti a tre dei maggiori complessi molitori presenti in città. A ponte San Francesco, in un misto di magia e suggestione, girano ancora due ruote del mulino già appartenuto ai nobili veneziani Tron e poi ai conti Rinaldi, dove avveniva la pilatura del riso. Seguendo poi la corrente del Cagnan Grande, nei pressi dell’odierno ponte della Campana, si incontra la ruota in ferro del mulino appartenuto al monastero di San Parisio.
Del terzo nucleo oggi non rimane altro che una ruota, posta oltre la passerella della Pescheria, e alcune tracce sul muro di una casa nella calle denominata Ponticelli, che immette nella piazzetta di Ca’ Spineda. Nel 1666 gli edifici da molino ai ponticelli erano tre: uno a tre ruote di proprietà dei nobili Ravagnin, un altro a due ruote delle Madri di San Marco di Burano e l’ultimo a quattro ruote, e tutti macinavano grano. Nel 1685, però, troviamo che Gio. Batta Bertelli, conduttore di parte di uno dei tre mulini, presentò una supplica agli organi preposti della Repubblica veneziana affinché gli venisse concesso di usare la ruota del suo mulino sia per macinare grano che come pesta tabacco. Ulteriori notizie su questo nucleo molitorio è possibile trarle dai documenti dal fondo dei Provveditori sopra i Beni Inculti conservati presso l’Archivio di Stato di Venezia (b. 723 – 29 maggio 1795), in cui si dice che Fiorin Rossi, canonico della cattedrale di Treviso, era proprietario di un mulino a due ruote “con casa e caniva di muro coperta a coppi sopra l’acqua della Bottiniga nella parrocchia di San Lunardo”, dato in affitto a Nicoletto Gusin. Fiorin Rossi inoltre notifica al Podestà di Treviso, Iseppo Diedo, che “quando lavora con una ruota, non può lavorare l’altra”, ma che con entrambe macina grano.
L’intero complesso ai Ponticelli venne successivamente venduto ai Dalla Rovere che, come si rileva dai disegni della Commissione d’ornato conservati presso l’archivio di Stato di Treviso (B. 18 n. 4589), nel 1863 risulta ricostruito e adibito a “opificio ad uso Cartiera”.



Bibliografia:
M. Pitteri, I mulini del Sile. Quinto, Santa Cristina al Tiveron e altri centri molitori attraverso la storia di un fiume, Quinto di Treviso 1988;
C. Pavan, Alla scoperta del fiume. Immagini, storia, itinerari, Treviso 1989
R. Vergani, Gli opifici sull’acqua: i mulini, in La Civiltà delle acque, Cinisello Balsamo (MI) 1993, pp. 53-72
D. Gasparini, M. Merello, M. Potocnik, Ruote e canali nel trevigiano dal medioevo all’età moderna, in Euromills. The Exhibition,Roma 2002, pp. 26-32

giovedì 19 maggio 2016

Asolo, città dai mille orizzonti. Una vista dall'alto

Asolo divenne una città murata unendo con una cerchia di mura i due castelli: la rocca che si trova sul cocuzzolo della collina e il castello pretorio, divenuto successivamente famoso per essere stato la residenza di Caterina Cornaro, regina di Cipro (1454-1510).
Asolo fu un fiorente municipio romano ma a seguito delle invasioni barbariche venne distrutta. Ma come molte altre località trevigiane che condivisero con Asolo il medesimo destino, riuscì a risorgere tanto da divenire sede vescovile, gloria e onore che durò fino al 969 quando Ottone I decretò che la cittadina collinare passasse sotto la giurisdizione ecclesiastica e civile di Treviso.
Asolo venne contesa da più casate fino al 1337, quando preferì scegliere spontaneamente la protezione veneziana. Questa però fu una breve tregua perchè già dieci anni dopo fu il patriarca di Aquileia ad insidiarla e nel 1373 passò sotto il controllo dei Da Carrara. Questi ultimi lasciarono un segno positivo ad Asolo visto che provvidero a fortificarla e ad abbellirla.
Il passaggio definitivo sotto il controllo della Repubblica veneziana avvenne nel 1393 e durò fino alla caduta della Serenissima.
La rocca di Asolo rappresenta il punto più alto del sistema fortificatorio. Essa ha una forma poligonale irregolare, costituita da nove lati di varia dimensione con spessore che alla base è di circa 3,5 metri.
Vi si accede attraverso un portale centinato sul cui intradosso è dipinto lo stemma dei Carraresi.
All'interno sono ancora visibili resti di un'antica torre, della cisterna, di un mosaico e del sistema di camminamento.

















 L'impianto urbanistico di Asolo è sostanzialmente medievale.
Dalla rocca si individuano i principali capisaldi della cittadina: il castello pretorio, la chiesa prepositurale, l'ex convento dei frati minori francescani di San Gottardo o di Sant'Angelo, porta Santa Caterina ecc.

Nel 1489 il castello pretorio, l'antico castrum, divenne dimora della regina di Cipro, Caterina Cornaro, la quale fece costruire un'ala tutta nuova per migliorare la sua residenza. Il castello aveva già subito nei secoli delle trasformazioni, vuoi per adattarlo a nuove esigenze abitative o vuoi per ripararlo dai danni della furia distruttiva degli uomini.
Dall'alto della rocca si riesce anche a individuare la piazza, uno dei pochi "spazi vuoti" del tessuto urbano, con la sua caratteristica fontana a più ugelli simile a quelle che si possono incontrare nei centri montani.









mercoledì 13 aprile 2016

Di una casa di Treviso: Via Calmaggiore n. 27-29




            Molte case trevigiane mantengono ancora inalterato il loro assetto architettonico e in molti casi anche la decorazione parietale.
Percorrendo le strade cittadine si possono infatti incontrare varie tipologie di case, alcune con caratteri gotici, altre con caratteri rinascimentali e altre ancora di aspetto ottocentesco. Tutte comunque raccontano delle storie, di persone che le hanno abitate, vissute e trasformate. Una città medievale che, cambiati i gusti, nel corso dell’Ottocento ha visto rettificare molti dei suoi prospetti.
Questa però è la storia di una casa che ha mantenuto inalterato il suo fascino e le sue forme.
 
Nel 1935 Luigi Coletti, parlando delle case trevigiane disse: “nessuna forse ha l’importanza architettonica del grande palazzo, ma hanno tutte un notevole interesse, sia considerate singolarmente, sia nel loro complesso, per il carattere che conferiscono alla città, e per la continuità di alcuni elementi struttivi e decorativi, che permangono durante secoli, pure attraverso l’adattamento a stili vari”.
Anche le unità edilizie, n. 27-29 di via Calmaggiore a Treviso, appartengono a questa tipologia di case. Esse infatti propongono uno schema costruttivo a schiera, sfruttando l’affaccio commerciale sull’unico fronte stradale e sviluppando la pianta in modo monodirezionale adattandosi al lotto gotico.
Dall’analisi dei prospetti delle due unità edilizie, si può ipotizzare che l’unità 29 sia stata costruita in un periodo di poco antecedente a quella 27. Infatti, essa presenta degli elementi costruttivi, come l’ampio arco a tutto sesto a doppia altezza sopra il quale si aprono tre fornici con assetto assiale sul fronte principale con poggiolo centrale e finestre laterali ad esso molto ravvicinate, che fanno ritenere sia stata costruita nella prima metà del XV secolo. L’unità adiacente invece, il cui affaccio è partito da due archi a tutto sesto e, nell’ordine superiore da tre aperture ravvicinate, presenta nella parte alta della facciata un tondo in pietra raffigurante lo stemma bernardiniano che collocherebbe la costruzione dell’edificio a non prima dell’ultimo quarto del XV secolo. Il ricco apparato decorativo, presente soprattutto nell’unità edilizia 27, confermerebbe inoltre questo tipo di datazione. 
Se l’unità 29, la più antica delle due, presenta nel sottoportico solo una Madonna con Bambino tra i Santi Sebastiano e Giovanni Battista della metà del XV secolo, l’unità 27 invece propone una maggiore varietà di decorazioni su più parti della superficie muraria. Secondo la Spiazzi, tutti sarebbero da ritenersi della seconda metà del XV secolo, ma la presenza dello stemma bernardiniano, proposto anche in una versione ad affresco, porterebbe a spostare leggermente più avanti l’intera decorazione, costituita da motivi a cassettoni con fiori, a vegetali con sirene e una Madonna con Bambino tra San Girolamo e Sant’Antonio.
 Dal punto di vista storico documentario, poco si sa dei due edifici. Al momento della loro costruzione, sicuramente il tessuto urbano in cui si sono inseriti era già consolidato. Nelle immediate vicinanze infatti erano collocati due importanti fabbricati: alle loro spalle si trovava la casa torre degli Oliva del XIII secolo, già destinata a stazione di posta dalla Repubblica Veneziana, dalla quale poi prese il nome l’intera contrada, e di fronte la torre Rossignona o del cambio che nel XIV secolo venne data in uso a banchieri fiorentini . Oltre a questi importanti capisaldi, nelle immediate vicinanze delle unità in oggetto dovevano esistere degli edifici adibiti a casa bottega fin dal periodo medievale visto che il Calmaggiore, antico decumano massimo di epoca romana, era uno dei principali assi viari della città.
Il primo dato certo lo troviamo nel 1678, quando l’unità 27 era abitata da Paulo Pualeri Capelar che pagava 1200 ducati di livello annuo, mentre l’unità 29, di più modeste condizioni, era abitata da Tomaso Meneghini Callegari e pagava 600 ducati di livello.
In un successivo censimento delle botteghe e degli edifici presenti in città nel 1710, data del rilevamento, si legge invece che, per l’unità 29, Tizzian Cavalli ha casa e bottega ad uso di Callegher,[confina] da una la corte dall’altra li nob. Antonio Fratelli Pola e dall’altra strada pubblica. Ad affitto a Iseppo Chialdira Calleghir, mentre per l’unità 27, D. Giacomo Voladin ha casa con bottega ad uso di Cappelir con altra bottighetta annessa ad uso di Marzer con l’insegna di Sant’Osvaldo conf. da una la corte, dall’altra il Tizian Cavalli, davanti strada pubblica. Tenuta per suo uso e la bottighetta affitata a D. Zuane Brissan.
Ulteriori notizie le possiamo dedurre dai registi redatti tra il 1811, anno in cui venne steso il sommarione del catasto napoleonico, e 1819, anno di ultimazione del Registro Tassa Arti e Mestieri. Come è possibile vedere anche negli allegati, l’unità 27, corrispondente al numero di mappa 1492 ,era di proprietà di Gaetano Foscarini che ne occupava anche l’abitazione, mentre la bottega, adibita ad uso modista e chincaglierie, era data in affitto a Gruet Giuseppe. L’unità 29 invece, corrispondente al numero di mappa 1493, era di proprietà di Loredan Antonio fu Domenico e data in affitto a Bussoli Giulio Antonio che, nello spazio adibito a bottega, aveva aperto una caffetteria con biliardo.
Da quest’ultima indicazione è stato possibile identificare in questa porzione di casa, l’antico caffè della Provvidenza, per molti anni gestito da Pietro Fabris. Nel periodo in cui però venne pubblicato il libro “Curiosità storiche trevigiane” il caffè Fabbris era chiuso già da molti anni e trasformato prima birreria e successivamente parte a rivendita di liquori e parte in merceria.

giovedì 24 marzo 2016

Stratigrafia della costruzione. Quando le pietre parlano



Passeggiando per Valvasone

La visita al piccolo borgo di Valvasone in Friuli, è stata fonte di ispirazione per fare alcune considerazioni circa le tracce lasciate sugli edifici dalle modifiche che si sono susseguite nel tempo.
A volte si tratta di segni quasi impercettibili, piccole giunture di muratura o riprese di intonachi, ma in diversi casi è invece possibile riconoscere interventi di trasformazione, che non hanno interessato solo le facciate ma hanno profondamente modificato anche l’assetto degli edifici.
Vi proponiamo alcune immagini.

Questa è la facciata laterale del castello di Valvasone. Si notano tessiture muraria e tipologia di aperture diverse. E anche il colore della muratura cambia: osservando l’area affianco al pluviale si nota la mancanza di ammorsamento della muratura tra la parte con la bifora trilobata e l’avancorpo con terrazzino e apertura ad arco a tutto sesto. Quest’ultima è un’evidente aggiunta posteriore.









Qui sotto vediamo la facciata principale del castello, dove sulla destra si vede anche un pezzo del muro in acciottolato che porta all’ingresso del maniero. Si possono notare la varietà di aperture. Sulla sinistra fornici disposti in modo regolare su tre file sovrapposte con incorniciatura in pietra modanata e trabeazione leggermente aggettante, tutte chiuse da balconi: è evidente come tali finestre furono aperte o modificate in periodo più tardo rispetto alle altre presenti sulla facciata.
Sulla destra le aperture sono disposte in modo disordinato e con forme che variano ad ogni piano: a piano terra una singola finestra con cornice a imitazione di quelle di sinistra; al piano superiore due finestre rustiche protette da un'unica lunga cornice aggettante che un tempo costituiva il piano d’imposta delle colonne di una loggia; il terzo ordine di finestre è invece costituito da due piccole aperture quadrate, aperte dopo che la loggia ad archi a tutto sesto venne tamponata. L’ultimo piano infine è illuminato da altre due finestre di forma quadrata poste quasi nella linea di sottogronda della facciata.
Ora proviamo a immaginare come doveva essere questo prospetto. Probabilmente le finestre avevano dimensioni simili a quelle del secondo ordine poste sulla destra, oppure anche minori;  val la pena sottolineare che, come riportano alcuni dati notarili dell’inizio del XVI secolo, la presenza di vetri a chiusura delle finestre fossero una presenza inusuale e che il riparo dalle intemperie era assicurato dalle “impannate”.
Ma torniamo alla nostra facciata. L’elemento che modificava radicalmente, rispetto ad oggi,  la percezione dell’insieme  era la loggia del terzo piano: quattro arcate aperte sulla piazza da dove i castellani potevano affacciarsi. Una loggia che dava profondità al prospetto e che lasciava solo intuire cosa si aprisse oltre, quasi sicuramente un salone.

Ci spostiamo in zona Duomo, ad osservare la facciata di un’altra casa. A prima vista potrebbe sembrare una casa anonima, come tante presenti nelle nostre città. Sicuramente questo edificio subì delle modifiche nel corso dell’Ottocento che causò un riassetto sia della struttura che del prospetto. Un dettaglio attira ancora l’attenzione del visitatore: accanto a una finestra rettangolare con cornice in pietra e piattabanda in mattoni, è affiancato il profilo di un’antica apertura ad arco lobato inflesso, decorata con una finta incorniciatura profilata in rosso che prosegue fin sulla fascia marcapiano, a nastro interrotto,  con un semplice pilastrino a capitello dentellato. Da notare la fascia decorativa laterale, di gusto ancora medievale con motivi a tralci vegetali entro listelli rossi.
La provvida caduta dell’intonaco della facciata ci ha permesso di svelare l’antico una piccola porzione dell’antica facciata.

E qui invece abbiamo un piccolo capolavoro di stratigrafia: volendo ci si potrebbe passare un’intera giornata a identificare tutte le tamponature e le nuove aperture!
Interessante notare la varietà di materiali usati: dalle pietre ai ciottoli finanche i mattoni. Ricordiamo che Valvasone si trova vicinissimo al fiume Tagliamento dove l’approvvigionamento di ciottoli e pietre era assicurato. Il mattone invece è materiale meno consueto, vista la lontananza di cave d’argilla dove trarre la materia prima per formare i mattoni.
In questa parete si può trovare di tutto: dall’edificio costruito in appoggio, vedi la linea affianco al terrazzino, a una finestra ad arco inflesso tamponata, una finestra rettangolare con piattabanda e contorni in mattoni, un accesso ad arco ribassato tamponato e un altro ingresso ricavato nella muratura in pietra. Insomma, un vero manuale di trasformazioni che potrebbe diventare anche un gioco nel ritrovare l’intruso o per ricostruire il prospetto originale (sempre che antiche aperture non siano andate distrutte nel costruire finestre di dimensioni maggiori).

Di Valvasone avremo potuto raccontarvi la sua storia, con date ed eventi. Invece abbiamo preferito darvi nuovi spunti di osservazione e perché no, anche di gioco, perché tutti i luoghi con una storia portano i segni dei cambiamenti, degli adeguamenti ai nuovi tempi.
Per avere maggiori informazioni storiche, vi invitiamo a visitare il sito: http://borgoanticodivalvasone.it/

sabato 19 marzo 2016

"Aldo Manuzio il rinascimento di Venezia". Alcuni appunti di una inaugurazione

Ieri inaugurazione della mostra "Aldo Manuzio il rinascimento di Venezia". Solitamente non frequento le inaugurazioni: troppa gente, possibilità ridotta di vedere le opere, ecc. Ma Manuzio alle Gallerie dell'Accademia e, confesso, anche il dipinto meraviglioso scelto come manifesto della mostra, il "Ritratto di donna in veste di Flora" di Bartolomeo veneto, hanno indotto a fare uno strappo alla regola. Una mostra che in parte però ha deluso: opere interessanti in esposizione, alcune strepitose quali il "Ritratto di Luca Pacioli e di Guidobaldo da Montefeltro" attribuito a Jacometto Veneziano (Museo di Capodimonte) altre che non aggiungono nulla al fillo narravito - quali i quattro ritratti finali. Le edizioni aldine, molte miniate, sono naturalmente materiali di altissima qualità. Ma... mi è risultata una mostra troppo all'insegna della mera giustapposizione di opere, con un percorso espositivo criptico, estetizzante, avulso da un filo storico più comprensibile al pubblico; aggiungerei che si è voluto esporre troppo, a tutti i costi. Irritanti i pannelli esplicativi: veder scritto che il delfino, il marchio studiato e scelto da Manuzio per le sue edizioni, è un "brand" ha fatto venire mezza orticaria, che Venezia fosse la Silicon Valley del Quattrocento è parso insulso e superfluo, come se il pubblico avesse necessità di confronti di questa levatura per immergersi nel contesto storico proposto. Il catalogo promette meglio, a fronte della presenza di numerosi e autorevoli saggi.